martedì 24 luglio 2012

ESPERITA - ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA (3)

(Dolceacqua, giugno 2012)

Mi hanno detto che non c'e' nessun piano di evacuazione realmente attuabile in caso di disastro naturale o pericolo per la popolazione. Io ci credo. Non e' vero che il governo o lo Stato siano in grado di provvedere ai cittadini. L'unica cosa che lo Stato puo' fare e' assicurarsi di sopravvivere. A governo e cittadini. Se questa e' la principale preoccupazione della struttura che sottende alle nostre esistenze, mi chiedo cosa ci interessi che essa continui ad esistere. Perché parliamoci chiaramente... cosa ci dà questo Stato? In cosa ci favorisce?
Ci protegge, dice qualcuno. Beh, non e' vero. E se ci protegge lo fa nella misura in cui un pappone protegge le sue troie. Lo Stato millanta la sacralità del principio su cui si fonda, nascondendone la vera natura di catena per i forzati. Di carota a cui sta dietro il nerboruto bastone. Ci inganna, insomma. E poi? E poi ci deruba, ci impone balzelli e tasse, ci costringe a lavorare per lui o per terzi alle condizioni che esso stesso e i terzi decidono. Nel caso ci dovessimo ribellare o rifiutare di stare al suo gioco, allora lo Stato ci piomba addosso con i suoi scagnozzi. Ci distrugge mediaticamente, ci imprigiona e nel caso ci tortura anche fisicamente e ci uccide. In cosa dunque sarebbe diverso dal sopruso? Lo Stato sfugge al cittadino e persino al tiranno. La struttura statale non si sposta di un millimetro, anche se cambia un governo. Anche se cambia la forma stessa del governo. Anche se si stravolge il principio su cui pretende di fondarsi. Qualcuno dice che sia un bene, questo, ma quel qualcuno o e' un tiranno non ancora caduto in disgrazia, oppure e' un imbecille. E allora, se vivere nello Stato serve solo allo Stato, cosa ne dobbiamo fare dello Stato? Liberarsene sembra piu' facile a dirsi che a farsi, perche' lo Stato non molla. Non molla l'osso, la preda, ossia noi. Ma da qui al consenso entusiastico prodotto dalla manica di insensati che siamo, davvero ce ne passa. Perché se è vero che lo Stato siamo noi, questo è vero solo nel senso che noi, e solo noi, siamo i tiranni di noi stessi.

Il pensiero di cui sopra mi ha sempre accompagnato. Non e' un'idea nuova ispirata da chissa' quale avvenimento, non e' una illuminazione. Questa e' una riflessione che mi appartiene praticamente da sempre e che per sempre temo mi accompagnera'.

Ieri notte ho rapinato un uomo. Non per compiere un gesto politico di dissenso, ne' per procurarmi denaro. Non è stata, la mia, una azione di ribellione e nemmeno di disperazione. Ho preso un coltello, mi sono calato il passamontagna sulla faccia, mi sono appostato dietro un chiosco di fiori con le serrande abbassate, in via Alberto da Giussano, ed ho atteso. E' arrivato per primo un ubriaco, a pisciare. Due ore dopo la mezzanotte. Traballava. Non me la sono sentita di aggredirlo. Probabilmente non sarebbe valso al fine del gioco. Poi, dopo 10 minuti, una Ritmo bianca cabriolet col tettuccio abbassato, s'e' fermata all'imbocco della via. Con lo stereo a tutto volume. E' rimasta li' mezz'ora, scoraggiando chiunque altro ad avvicinarsi al mio nascondiglio. Alla fine e' sopraggiunta anche una pattuglia della stradale, a scansare quei quattro fasci in cocaina. Probabilmente, chi dormiva o cercava di dormire, nelle case vicine, ha deciso di rivolgersi agli sbirri. Meglio loro che un Tavor, in fondo. La tresca, tra fasci in divisa e fasci senza, e' durata un altro quarto d'ora. Tanto che ho deciso di sollevare il passamontagna dal viso, perché ormai mi stava urticando. Sono riuscito persino a pisciare, anche se temevo che la situazione si normalizzasse nel frattempo e che magari, mentre stavo col cazzo di fuori e il getto all'aria, si proponesse l'unica occasione buona della notte. Invece non sono stato cosi' fantozziano. Ero di nuovo pronto, con l'accesso alla via libero, quando un uomo ha parcheggiato all'angolo tra Giussano e Prenestina, in piena curva e senza troppi complimenti. Il tizio avrà avuto piu' o meno cinquant'anni, capelli brizzolati lunghi fin sotto le orecchie pettinati all'indietro, ben vestito, con un catenaccio d'oro al polso destro e un orologio vistosissimo sull'altro. L'ho osservato attentamente quando e' passato sotto al primo lampione, abbandonando la Multipla. Ho sentito le suole delle sue scarpe pestare l'asfalto, l'ho guardato scartare due pozzanghere e imboccare la strada in cui ero nascosto. In mano aveva una bustina bianca con la croce di una farmacia stampata sopra, in verde. Sono certo non fosse uno del quartiere. Stava portando medicine a qualcuno. Un soccorso a notte tarda, o forse altro, non so... Comunque erano ormai le tre quando l'ho avuto a tiro. Allora mi sono parato davanti a lui col coltello bene in vista e gli ho intimato di darmi tutto. Soldi, orologio, cellulare, e catena d'oro. Anche la busta della farmacia ho voluto che mi consegnasse, perché sono un uomo curioso. Ho guardato velocemente cosa contenesse. Ma la confezione era incartata. Allora ho indicato la scatola e gli ho fatto cenno, un cenno interrogativo che voleva dire: “cosa cazzo c'e' qui dentro, brutto porco?”. Lui ha piagnucolato “Norlevo”, con la bocca mezza chiusa.
Io non sapevo cosa fosse il Norlevo.
L'ho scoperto ieri notte.
Il Norlevo e' un farmaco anti-ovulatorio postcoitale utilizzabile come contraccettivo. Si deve assumere entro 72 ore dopo la presunta inseminazione. Il Norlevo e' dunque la famigerata pillola del giorno dopo. Ecco: il signore ben vestito portava, d'urgenza e alla chetichella, il preparato medico a qualcuna. Magari alla giovane studentessa fuori sede che si scopa.
Non sono un moralista.
Gli ho tirato un calcio nelle palle e sono scappato, ma solo per evitare che mi seguisse. Giusto per avere un minimo di vantaggio. Con le palle in gola e' difficile gridare. E tanto più correre. Cosi' sono scomparso nel buio, soddisfatto della mia prima grassazione. Lo ripeto, non e' stato un atto politico, non e' stato un atto dovuto al bisogno di denaro. E' solo che ero arrivato alla lettera G, e alla lettera G si legge, senza possibilita' di errore, la parola GRASSAZIONE.
Come per tutte le altre parole, corrispondenti, nella lista compilata da Esperita, ciascuna a una lettera dell'alfabeto italiano, la Grassazione era una esperienza che non avevo mai fatto prima. Posso spuntare anche questa, adesso.
Dopo due anni di lavoro qui nella capitale, sono appena alla lettera G. Procedo a rilento. Esatto, sono una cazzo di tartaruga. Ma sto migliorando. A mia parziale giustificazione devo dire che due dei punti fino ad ora affrontati mi sono costati tanto tempo e tanta energia. Tanta preparazione. Non che la grassazione non l'abbia studiata, anzi... non ho improvvisato niente nemmeno questa volta. Come di regola faccio quando preparo una esperienza nuova, ho letto e meditato. Ho cercato spunti ovunque. Per esempio, l'idea del calcio nelle palle, m'e' venuta guardando un film in tv. Nel film, di cui non ricordo il titolo, il protagonista rapina un tale e poi scappa, ma la vittima, rimasta vigile e in piedi, fa in tempo a dare l'allarme, e il povero rapinatore finisce in galera. Alla lettera G non c'e' la parola Galera, quindi, seppure quella sia una esperienza che non ho mai affrontato, dovevo evitare di essere arrestato. Alla lettera O non c'è la parola Omicidio. E poi grassazione e omicidio sono due cose diverse, da non mischiare. È così che ho optato per il calcio nelle palle.
Sempre in fase di pianificazione, ho scelto come arma il coltello, perche' la pistola mi serve ad altro. E poi perche' in caso di necessità, in una via di Roma, di notte, colpire con un fendente la vittima scatena meno clamore dello scaricargli addosso una pistolettata. Con tutto che via Alberto da Giussano, ottima locazione per un agguato tanto sta a metà tra luogo oscuro e malfamato e strada in cui possibile e' trovare esseri umani con un portafoglio decente e civili allo stesso tempo, e' anche un anfiteatro naturale che amplifica, soprattutto ad ora tarda, qualsiasi suono. Certo, non passano molte persone aggredibili, ma io non avevo nessuna fretta. Ribadisco: non mi servivano i soldi, quindi avrei potuto aspettare anche un mese in appostamento, tutte le notti, fino all'occasione propizia. Capite adesso perche' dopo due anni di lavoro sono ancora alla lettera G?
Devo dire, a tutt'oggi, che il gioco vale la candela. Ogni volta che realizzo un obiettivo, mi sento come quando Esperita mi ha messo la mano sul pene, in quella prima e unica occasione, all'ospedale, due anni fa. Rinato. Alla faccia del dottor Mangi che se ne stava con la bocca spalancata, a guardare la sua sconosciuta collega scansarlo come si scansa la mosca noiosa, senza nemmeno calcolarlo, e ancora a bocca aperta la ammirava chinarsi su di me, cencio nel cencio, sorridermi, chiamarmi per nome e cognome, poggiarmi il dorso della mano destra sulla fronte, il palmo della sinistra sull'inguine e in questo modo semplice miracolarmi. La reazione del mio fisico, ogni volta che compio il passo successivo nella realizzazione del progetto, e' la stessa di allora: mi sento pieno di sangue che corre, e il benessere mi invade. E, sorridendo, avverto l'erezione svincolarmi dal torpore. Cosi' com'era stato in ospedale.
Quella sera, compiuto il prodigio, Esperita, camice bianco attillato su un fisico statuario, capelli neri ricci sciolti sulle spalle, labbra carnose, carnagione olivastra e tette esplosive, mi aveva fissato seria porgendomi la cartellina rigida e aveva sentenziato: “Signore, Lei sta benone. Questo e' il suo foglio di dimissione, firmi qui e potra' andare.”. Poi s'era rivolta al dottor Mangi e con disprezzo gli aveva detto che anche lui poteva andare. Con la voce dura, che quello non aveva nemmeno pensato a replicare. S'era semplicemente sciolto, lui identico al suo pene impotente ammollicato tra le gambe.
Cosi' da solo ero rimasto, con Esperita, e lei mi aveva ancora una volta sorriso indicandomi il foglio da segnare. Non che ci tenessi a rimanere ricoverato, ma ricordo di avere tentennato, lì con la penna in mano e la cartellina sulle ginocchia. Perché mi sembrava che, a firmare, avrei condannato quella visione a evaporare per sempre.

(continua...)

4 commenti:

  1. sai che adoro le tue storie????? mi fai morire!!! :D

    per quanto riguarda il tuo commento... io vedo una psichiatra da settembre e mia madre ha capito che non le parlo proprio di tutto e quindi mi ha spinta a chiamarla per discutere di sta situazione mia con l'alcol.... e comunque già prendo lo zoloft (un antidepressivo e ansiolitico)... che mi aiuta un sacco, ma che, ovviamente, non è una bacchetta magica, dato che i miei problemi ci sono ancora, anche se in misura minore, rispetto a qualche mese fa...

    un bacio

    RispondiElimina
    Risposte
    1. ah beh sono contento se adori le mie storie :) c'e' una bella reciprocita', dato che io adoro raccontar(te)le.

      personalmente ho un certo timore degli psichiatri. e poca stima negli psicofarmaci. pur essendo stato per tanto tempo tossicomane, non ne ho mai fatto uso.

      ognuno ha la sua strada, immagino. e sinceramente ti auguro solo di stare bene. in qualsiasi maniera ti sia possible.
      un abbraccio

      Elimina
  2. ho come l'impressione che il filo che lega i diversi post sia il titolo o sono io che lo perdo facilmente, comunque è un bel perdersi:)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. hai appena finito di leggere il primo capitolo. eventualmente c'e' tutto il tempo per ritrovarlo. (perdersi ritrovarsi non riconoscersi)

      Elimina