martedì 25 dicembre 2012

LIGUSTRO E APOLIDEA


“Cosa vuoi che valga? Non lo vedi? Guardalo com’e’! E se non mi credi chiedi al vecchio …”

Il vecchio era vecchio per davvero, avra’ avuto piu’ di ottant’anni, la barba lunga sul mento e il mento sul petto. Ligure era ligure, e chissa’ da quante generazioni, ma per quante fossero quelle, di sicuro non concludevano la conta fino alle reali origini della sua provenienza. Tantii capelli, si muoveva lentissimamente, come un bradipo, o come qualche altro animale di cui sapeva il nome e che adesso non ricordava. Invece, delle piante, si ricordava perfettamente. E di tutte sapeva a quale scopo strapparle e in quale parte, e dove trovarle. Era stato, in gioventu’, giardiniere di uno scrittore famoso figlio di botanico. E prima che giardiniere a casa dello scrittore, ne era stato amico di infanzia. Il padre del vecchio era stato anarchico, invece, un anarchico contadino di due secoli fa. E l’eredita’, quel vecchio, la portava negli occhi, nei modi, nella cura di gente e cose, e persino nel nome. Cosi’, appiccicato al suo nome, Libereso camminava piano, attorniato da giovani ingegneri e psicologi e architetti e musicisti e altri figli scarti di sogni medio borghesi. Loro, i frutti di disorientate scelte in rotta, sembravano adesso buffi giornalisti, eterni studenti col taccuino degli appunti pronti a imparare, a cercare di sentire, a seguire l’indice del vecchio giardiniere tra le fasce, ai piedi dei monti, li’ dove quello dispensava memoria. Non tanto ad insegnare, quanto a mostrare cosa cresce sulla terra di nessuno. A enumerare cibo e medicina.

Che insospettabile sovversivo di ogni ordine costituito, Libereso! Nel passo, una risata in faccia al maremoto che sommerge i costruttori. Ecco, fabbricare fabbricare fabbricare mormorava un altro pazzo.

“E quello, Libereso, cos’e’?” gli chiese infine il ragazzo curioso, istigato dalla sua fidanzata, approfittando del raro momento in cui il vecchio sollevava lo sguardo dai fiori.
“Quello e’ il Ligustro. Un arbusto che cresce ovunque in Liguria. Qualcuno dice che prenda proprio da quella pianta li’, il suo nome, la regione.”
“E’ una pianta autoctona, dunque …” arguto suggeri’ il ragazzo.
Libereso sollevo’ le spalle. “E’ qui. Forse non da sempre ne’ per sempre” disse.
“E a cosa serve?”
“Forse solo a quello: dare il nome a questa terra.” Concluse il vecchio.  

“Cosa vuoi che valga un ligure? Non li vedi? Sono sparsi a chiazze e non servono a niente. Sono come tutte le altre razze: senza origine certa e in via di estinzione” sorrise la ragazza. Il suo sorriso somigliava a quello del vecchio, era un venticello tiepido che a onde muoveva gli arbusti. Come un’idea gaia, come il raggio del sole mentre spia tra poche nuvole qui in basso, era. Ecco, splendeva il sorriso della ragazza. Tuttavia sarebbe stato forse un moto vano e vuoto il suo, se non avesse avuto lo sfondo per stagliarsi, il raggio in cui dipingersi, dei capelli da sfiorare, qualcosa o qualcuno di cui innamorarsi.

lunedì 19 novembre 2012

METALLICA



Ecco, adesso e' la stazione, quella giusta, quella che ho aspettato di cartello in cartello blu con la scritta bianca che passa veloce o rallenta e ti si ferma affianco, si nasconde oltre il finestrino, dietro il capo del prelato o dietro il cappellino col fiocco nero della signorina spagnola, sola occidentale di una piccola comitiva in vacanza studio.
Sono accenti ucraini, russi, polacchi quelli che si intrecciano a storpiare il nome della stazione in cui mi aspetti da tre ore e al posto di un raffreddore metti il sorriso, un piccolo golf morbido di lana sui jeans piu’ chiari attorno al tondo del sedere, niente trucco sul viso, fumetti dalle labbra, sul ciglio, insieme a me, di un piccolo delirio.
Cosi’ arrivo, scendo e sei come ti ho immaginata. Tu mi vedi da lontano arrivare. Io vedo le tue labbra e le seguo, le scorro, le raggiungo e disfo i bagagli prima ancora di raggiungere la stanza d’albergo che hai affittato, scelta come solo tu sai scegliere le cose. E tuttavia non aspetto, e ti bacio sul marciapiede. Non come la prima volta che attesi passi e silenzi e sospiri. Tutto in uno, ingoio il boccone della tua morbida indecenza, questa ingenuita’ che santifica l’ebbrezza.
Abbiamo la febbre, o almeno sembra, mentre coi riccioli neri mi copri il naso che t’annusa il collo e, insomma, passeggiamo sperduti, annodati come ventole piegate su esse stesse, nuvola il marciapiede, fiume la strada, antro di un bosco il portone d’ingresso, rocce fatate le scale, fresca frasca a chiusa del nido l’ultima porta col numero sopra. Siamo dentro. Ricordi quale numero c’era affisso sull’uscio del nostro regno?
Cosi’ mi spoglio, completamente nudo, e il pene e’ una scheggia di metallo piantata tra le gambe. Ti chiudi a riccio, riccio pallido rosato alle guance, seduta sul letto. E’ cosi’ che ti scendo affianco e ti bacio e mi baci e si scioglie la guerra e comincia la pace, la festa per il rinvenuto capo di un filo smarrito. E sei nuda adesso, e con me nella doccia giochi a essere femmina, sola e reale, sola e possibile, sola ma  capace di tenermi la carne in pugno e spremermi da quella il cuore. Lo spirito. L’anima per altri versi e altri luoghi inesistente.
Il getto d’acqua ti appiccica i capelli alla fronte. Incollata al viso trovo la tua piccola serieta’ smarrita. Mi afferri il pene e scivoli con l’acqua lungo il corpo.
E’ cosi’ che ti insegno a cantarmi la tua devozione.
Dall’alto dei mondi, penso, siamo tutti angeli abbracciati nella trama di una catena. Ma qui tra la polvere, sotto le foglie dei rami dei castagni, ad uno ad uno ci incontriamo, capi di un ponte, ingresso e uscita ad oltranza e verso il mare, con l’orizzonte a fare specchio sulla nostra fronte.
E’ questa dunque la bramosia e cio’ che propone: nelle carni aperte che accolgono la cenere, due giorni di regno e poi la morte.

***

Metallica.
I freni stridono sui binari, la locomotiva incespica, i vagoni salgono l’uno sopra all’altro, flettono la retta che li livella in corsa, come un arco, come una molla.  Adesso sanguini dal naso, sei emaciata. E’ la fatica, o e’ quello che si perde ad essere in tante. O quello che si guadagna a non essere la sola. Insomma, ti trovo persino civettuola mentre quasi esanime ti addormenti affianco a me, sopra al braccio. Come se non fossi io il tuo carnefice, come se non avessi bisogno tu di coraggio per mostrarmi il collo tenero con le vene verdi in trasparenza che salgono al fresco del sorriso.
Hai scelto, e’ chiaro, dal momento in cui mi hai preso la mano li’ in strada e mi hai guardato per dire, negando pateticamente l’evidenza  “Ma secondo te avrei davvero preferito perdere mio padre se mi avessero chiesto un parere? Dici che davvero mi sarei presa un uomo malato di cuore che ti lascia a cinque anni da sola, se avessi avuto voce in capitolo?”
Pero’ hai scelto, tu, si che hai scelto, nella vita e molte volte con noncuranza, con distrazione, dissimulando come in  lotta tacita e solitaria contro un destino avverso. Che dolore sentire che il mondo non ti vuole! E’ cosi’ che hai scelto il primo amore. Quello che ti ha strappato 10 anni di silenzio e tutte le parole. L’hai preferito a volare nella leggerezza frivola dei vent’anni. E chi te li ridara’ piu’ tesoro mio? Una vecchia troia ha canali in volto dove scorrono lacrime, e non fossette sull’angolo del sorriso, non gonnelline al vento ne’ odore di passera a spirale sui prati, fin sopra la nuvola e poi a ripiovere nel venticello primaverile che porta consiglio, sbadiglio, e cesti di fragole rotonde passate per minuti forellini, invischiate di zucchero, panna, caffe’. E hai scelto con ponderazione pure, altre volte. Sacrificando, condannando per aggiungere circostanze piacevoli alla madre che ti guarda, al nonno, e al padre che anche lui osserva, dai cieli. Santificata murata nella stanzetta, spalmata sui libri. Nel grigio. Una formica. Quando invece le piastre d’oro sconvolgono solamente i re, e tutti gli altri lasciano indifferenti. Non credi? Volare sui prati ancora portata da quel venticello, chissa’ come ti avrebbe saputo somigliare? Ti immagini, senza contatti con nulla che provochi il male, con nulla che gratti le ferite, con nulla, nessuna parola, nessuna morale, e nessuna autorita’ a piegarti alle sue bizze? Nessuna zavorra. Nessuna colpa. Una piuma come sei tu in realta’. Leggera, pronta a volare. E io lo so, hai scelto addirittura e pure per impotenza, ti e’ capitato in qualche circostanza. Perche’ la resa e’ una scelta, che puo’ salvarti dall’annientamento.
Ciononostante annientata sembri adesso, mentre mi dormi affianco, nuda in questa stanza affittata da te, scelta come solo tu sai scegliere le cose.

***

Tutto porta il segno del presente, in questo luogo. Ci sono aloni d’ombra sulla luce fioca e ci sono riflessi fulgidi nei punti in cui il buio saprebbe altrimenti ingoiare ogni cosa.
Tu dormi e io ingoio un mezzo sospiro, infatti,  ripensando al tempo arenato, alla spiaggia in cui muore l’immenso bianco misterioso cetaceo e di conseguenza e ancora a questo posto fatato.
Ricordi quale numero c’era affisso sull’uscio del nostro regno?
Questo ti chiedero’ quando aprirai gli occhi, e non vedo l’ora che sia perche’ non c’e’ futuro e infatti e’ adesso, e’ adesso che accade, e io chiedo e tu gesticoli con le ossa della mano tese, rigide, e ridi colta in fallo sopra al letto largo che occupa quasi tutto lo spazio e scappando, come se troppa gente affollasse la stanza all’improvviso, dirigi frenetica lo sguardo al piccolo armadio, al comodino col telefono, al vaso di fiori e al lampadario cosi’ basso che se vuoi lo tocchi. Come se troppa gente fosse diventata la mia sola carne, al risveglio.
Del resto nulla piu’ sara’ come prima. Te lo leggo in faccia e ancora non sai di averlo pensato. Nel regno-nella stanza-nel carrozzone, nella tua testa insomma, ormai tu sei un burattino e io sono il Mangiafuoco. Allora trattieni il fiato pronta a contare. Con uno starnuto ti salvi dalla brace. Con un secondo starnuto ti riempi la pancia. Con un terzo e di grazia ti rimando da tuo padre insieme a 5 zecchini d’oro. Ma tuo padre e’ morto da 30 anni. Mi sai dire per chi ti conservi, allora?
Adesso la febbre e’ salita, sull’altopiano insieme a noi, con le nuvole bianche da cui spuntano massi bruni, la tua poca carne cucita sopra allo scheletro di pino. Fossi stata di frassino saresti risultata giusta per coprirci dal mondo, con un numero affisso sopra alla schiena e da dimenticare.
Tanto la febbre e’ salita ma non s’e’ udito un solo starnuto e sono io a contare, e ti conto le vertebre, in barba al giorno in cui dicesti che mai nessuno ti prese da dietro e nessuno ti ci avrebbe presa mai. Ora con un leggero gesto del capo porti la durezza che resta, il residuo . Nel sorriso la stessa rigidita’ delle nocche, delle dita.
Copro col nero il tuo viso. Ti sciolgo. Svanisci. Rimango solo nella stanza che tu hai scelto come solo tu sai scegliere le cose. Io, sopra un letto largo che occupa quasi tutto lo spazio, a guardare piccoli armadi, comodini col telefono, vasi di fiori e lampadari cosi’ bassi che se vuoi li tocchi. E un pinocchio nudo con la benda nera sugli occhi.

***

Metallica.
I freni mordono i binari, si tendono i cavi. Il burattino, issato al soffitto, svanisce nel fuoco di prospettiva assieme al capo del prelato e al letto grande che occupa quasi tutto lo spazio, li’, proprio nel punto in cui arriva col becco un cigno a sventare il disastro. E tuttavia il cigno e’ in ritardo, s’e’ perso nel leggere un nome sopra al cartello della stazione, a spiare un maglioncino e mille altri ammennicoli da disperate disuguaglianze, a racimolare le distanze, le fissazioni, le emozioni scontate, rincarando la dose con qualche commento infelice. Con un pargolo dentro una scatola depositata a pochi metri dal nido. Dimenticata come una promessa o come una cesta di olive in questo universo metallico. Cubi di latta al posto del cranio e del cuore dove ogni sillaba cozza e sballa, ogni visione distorce, tutto acquieta o sobilla, a seconda della situazione.
Cosi’ la signorina spagnola dice… mi hai fatto la prima lezione di politica della vita. Povera creatura, penso io. E intanto cucino vasetti dentro pentoloni bigi, in un sogno, non qui, non ora dove io muoio di delusione se cadi, ma piu’ ancora mi spengo e mi assento sopra il tuo dolore che mi spreme le ossa, e diocane imprecare non basta, non basta a dire che questo universo e’ vuoto, che non c’e’ logica, non c’e’ morale, non c’e’ etica. C’e’ solo un giorno identico a esso stesso, sempre uguale nei momenti in cui fuori piove e  batte l’acqua sui tetti e tu dormi serena, e nei momenti in cui il sole s’abbassa oltre la valle e ti splende il sorriso, che scegli ogni volta come solo tu sai scegliere le cose. E intanto mi insegni, sapiente, che questa vita dimentica. Dimentica il cruccio e il vantaggio di non essere la sola.
Ecco, adesso e' la stazione, quella giusta, quella in cui mi baci d’istinto e io amo il tuo istinto, e balliamo al binario cantandoci in bocca,  e giriamo e ridiamo e, insomma, non siamo piu' soli, e ci fermiamo a ogni angolo di questo istante, ci nascondiamo ridendo, facciamo ad acchiapparci e viviamo insieme di quello che resta, di quello che avremo, di quello che e’, di questi universi nascosti in cui si va per fare l’amore e di quello che la gente chiama per sempre, guardando altrove.

martedì 13 novembre 2012

DRACULA


E’ cosi’, lui: un essere semplice, incline al peggio, al peggio in tutto. Fu il peggior bagnino nell’estate del 1986 al lido Maiolica, l’unico almeno che riusci’ a non salvare un bagnante malgrado il proprio intervento. Il peggiore a scuola, nemmeno a dirlo, lo fu ma nel senso che peggioro’ andandoci e ne usci’ istruito a dovere su cio’ che si deve fare e come lo si deve se si vuole mantenere presenza fissa nel computo dei disastri, nell’elenco delle calamita’ naturali o in quello delle persone da evitare, da cambiare marciapiede se le incroci, o da non uscire di casa se sai che sono a piede libero.
Insomma, un essere semplice e’ lui, il peggiore tra i semplici per la precisione. Il regno dei cieli dovrebbe avercelo assicurato. No? E se le cose funzionano a quel modo, come ha detto il tipo barbuto sulla montagna forse e circa duemila anni or sono, allora qui sulla Terra e ora, per il tizio in questione, sono cazzi in culo. E infatti quelli sono, altro che manna. Cazzi in culo scendono a pioggia macabra dal cielo a catinelle -altro che festa e pastorelle-. Insomma, che dire, sono guai. Guai durante i quali si cerca scampo dal peso del mondo in pensieri come, e se mi restasse solo un anno di vita come diversamente mi comporterei? In quel frangente al tizio in questione si para davanti agli occhi la faccia del figlio. Non e’ un sogno, sta li’ davvero. E’ verde. Verde di una qualche malattia che non si sa, che non si cura, che non ha senso o che non si trova da nessuna parte un capo che riesca a restituirglielo, il senso. E allora il tizio in questione guarda il figlio che soffre e poi guarda se stesso nel riflesso, sul vetro della finestra, lì dove appare torchiato dal maglio di un cielo plumbeo, solcato in due e di netto da una sciabolata che incrina l’espressione del viso per sempre. Ripete espressione del viso incrinata per sempre il tizio e non si vede bene. Pensa che forse se un anno di vita gli restasse, allora l’angoscia non permetterebbe di godere nemmeno di una totale disinibizione. Che si, magari farebbe cose che adesso nemmeno bene sogna, ma avrebbe un’ansia addosso da fare paura. Solo i morti non provano nessuna angoscia. In quel momento la faccia di suo figlio gli torna davanti. Gli occhi sono ribaltati, la pelle tesa, gialla, violacea, di tutti i colori della morte che arriva e lo strappa alla vita. Ecco, adesso il tizio in questione, quello che fantastica sull’assurdo, sente il cuore spaccarsi in due dal dolore. Muore nella carne del suo amore.
 Cerca l’espressione incrinata per sempre nel riflesso sul vetro ma l’angoscia e’ sparita. C’e’ la notte per strada.

martedì 2 ottobre 2012

CINCITRULLINA VA AL CAMPEGGIO


Oggi e' domenica e Cincitrullina va al campeggio. Sta scritto sul calendario da due mesi che il giorno e' questo. La data e' cerchiata di blu ed e' stata confermata per ben tre volte, l'ultima delle quali al telefono, ieri sera. Dunque Cincitrullina si sveglia di buonora e prepara le sue cose. Chiodi, martello, tenda, coperta. Allinea gli oggetti sul letto della camera buia, la sua, da sei anni, in un seminterrato al centro di Torino. L'appartamento e' completamente spoglio, mancano persino i lampadari al soffitto. L'unica stanza arredata e' la stanza in cui dorme Cincitrullina. Unica stanza occupata dall'unica inquilina. Che adesso guarda gli oggetti affilati sul letto, nella penombra della prima mattina.

Intanto Lucio parte da Asti e ha la faccia velata di nebbia, tracce di polvere incrostata sulle lenti, l'espressione da seppia. Quando arriva sotto casa di Cincitrullina quella sta in strada. Scosciata a bordo marciapiede. E Lucio ne e' contrariato. Ancora piu' contrariato appare poi quando scopre che Cincitrullina si sta portando dietro due bustoni neri della monnezza. Carichi delle sue scomposte cose. Quelle stesse allineate di buonora sopra al letto. Del resto si compongono gli eserciti per mandarli alla rovina. Quindi, un'ora dopo, eccoci in macchina tutti e tre, in formazione. Loro avanti e io sul sedile posteriore, stretto tra la monnezza di Cincitrullina e la cassetta da pesca di Lucio che intanto guida veloce sui viali e poi oltre la Cintura e piu' in là fino al fiume. Fino ai canneti e alle pozze d'acqua abitate dai girini. Perche' oggi e' domenica e Cincitrullina va in campeggio, a pescare coi suoi cugini.

L'idea della rimpatriata non e' stata di Lucio, chiaramente, che a pescare va volentieri da solo al capanno di famiglia. Il “capanno di famiglia” detto cosi' puo' sembrare roba da gente con la puzza al naso. In realta' e' una baracca in campagna. La campagna del nonno di Lucio. Un pezzo di bosco sulla riva della Dora.
Nemmeno di Cincitrullina e' stata l'idea, ovviamente, di venire qui a farsi ammazzare dalle zanzare. L'ultima volta in campeggio se la ricorda ancora coi capelli lunghi, prima che glieli facessero tagliare, roba da scuola elementare.
L'idea della gita e' stata della madre di Carmelo, il cugino morto. E le e' venuta al funerale. O, a darle credito, l'ispirazione era di Carmelo, e lei ha fatto solo da tramite.
Quattro sorelle vedove con un figlio ciascuno, quattro cugini. Uno morto, tutti spersi.
Insomma, ha pianto e strillato prima per il figlio morto e poi per la famiglia sfasciata. Facendo giurare che il vincolo di sangue sarebbe stato onorato e rinsaldato. Che si sarebbe cominciato da subito con una gita, col campeggiare insieme come quell'ultima volta da ragazzini, prima che le strade si dividessero. L'ultima volonta' di Carmelo, quella era, ha tenuto a sottolineare la zia: che i cugini superstiti lo salutassero a quella maniera. Ci pensava gia' prima della disgrazia, il defunto, e voleva chiamare per invitare a una cena o qualcosa di simile.

Tutto falso.
Per inciso
-Carmelo se ne fregava beatamente dei cugini e pure di sua madre-
E poi...
-...prima che le strade si dividessero...-

Dunque...

Le strade mica si sono divise. Si sono introiate nei vicoli piu' ciechi che storia ricordi. Tanto da scorrere per lunghi anni anche nella stessa citta' senza vedersi una volta. Senza vedere niente. Senza sentire.

Lucio comunque ha subito accettato, su due piedi con il lutto addosso e proprio li' al funerale, ha raccolto lesto il messaggio di sua zia, forse suggestionato dall'eta' matura a cui gli dicono ormai appartenga, e che pero' non trova corrispondenza in nessun equilibrio interiore ne' in alcuna collocazione nel tessuto sociale. Insomma... sembrava possibilista, due mesi fa, persino sull'ipotesi di ritirarsi in monastero, figuriamoci se si tirava indietro per una domenica commemorativa al fiume.

Cincitrullina, dal lato suo, s'era appena detta perche' no a tutto cio' che va a colmare il vuoto tra cassa e lapide, e terra e marmo, e vetri e scrigni di pietra per membra fredde e rigide, colossei di rame sotto le nostre palpebre. E tanto questa e' la morte. O almeno: ne e' l'eco che rimbalza in una domenica squinternata, scriteriata. In una gita antiquata. Inadeguata.
Si cammina muti. Lungo la statale. E poi la provinciale. E poi lungo le strade bianche tra i rovi. Fino al capanno. Loro due zitti. E io qui stretto tra i bagagli. Io che non valgo nemmeno da arredo, e non so se ci credo che sono morto da un po' e malgrado il fatto rimango loro cugino Carmelo.

***

Al capanno troviamo gia' parcheggiata l'automobile di Osvaldo, l'altro cugino, il maggiore, il quarto incastrato da questa gita di terrore che somiglia un po' a “venerdi' 13 la notte del massacro”, non fosse che oggi e' domenica, siamo in molti meno e soprattutto a guardarci, a guardare l'utilitaria rossa di Osvaldo buttata tra le fratte secche, sembriamo piu' personaggi di un film di Pupi Avati. Immacolati nei tempi morti, sostenuti solo da una esterna su macchina insignificante che arriva ad una velocita' insignificante in un posto insignificante e parcheggia accanto ad un'altra macchina insignificante il tutto montato su un audio casuale distratto, messo assieme a forza di frusciare pneumatico e ammortizzatori sul fosso. Poche battute atone e distaccate, alienate, dette da voci con improbabili gains aperti al limite della tara, code da sottrarre al netto della felicita'.

Osvaldo ci viene incontro. Alto, stempiato, morigerato e pregno delle sue auto analisi e del suo percorso. Accidentato, certo, ma che pare abbia voluto regalargli un senso dell'esistenza. Cosa che a suo dire a noi manca. Anche se resta il sospetto che l'insensato sia piu' appropriato per descrivere l'ottusa ferocia con cui certa gente si attacca al proprio ruolo. Disposta a massacrare chiunque in nome di cio' che ha deciso sia l'oggettiva realta' assoluta.

A Lucio, Osvaldo, non e' mai piaciuto. Lo ha sopportato per un lungo periodo. Quando Osvaldo s'era infiltrato nella compagnia al mare, tra i piu' piccoletti che giocavano a calcio su due enormi rettangoli di sabbia bollente con in comune il lato della passerella. Io non lo so, ma non credo che esistano piu' spazi come quelli che ricordiamo noi 4, per bambini.
Rammentate? dice Osvaldo l'infiltrato di allora, quando disegnavamo i campi da calcio senza criterio alcuno? E ti ritrovavi a correre lungo perimetri sterminati, in tempi assoluti, sulle ali di un sogno che non e' domani, che si schianta al suolo ora, e perseguita e illumina? Ma forse Osvaldo non e' stato cosi' poetico nel riferire. Giuro comunque che qualcosa del genere ha detto, ed e' stata la prima cosa quando ha visto Lucio e Cinci arrivare al capanno, questa domenica mattina. Prima ancora di salutare. Ecco si, si vede che ci stava proprio pensando. Perche' in effetti devo dirlo, i nostri ricordi insieme, i luoghi dove possiamo rivivere, sono quei luoghi sciolti dentro la luce infinita dell'infanzia. Li' dove le ore sono distanti, e si raggiungono a fatica, si susseguono con sorpresa, come a ricascare verso un interminabile che si segna, e si sogna, senza tramonto ne' orizzonte a vista.

***

Cincitrullina ha affilato i suoi oggetti sulla riva del fiume. Qui l'ansa larga e placida, in secca d'estate, consente di vivere con una certa tranquillita' l'avventura, malgrado la Dora non sia affatto estranea a improvvise esondazioni. Insomma, Cincitrullina osserva di sbieco i suoi oggetti affilati sulla riva del fiume. Chiodi martello coperte fornello cibo. Nel capanno non c'e' piu' niente. Anche il tetto di lamiera e' mezzo caduto. Il pavimento, un pavimento vero, non c'e' mai stato. Cincitrullina guarda l'acqua del fiume e la sente ribollire. ...i cristalli rifratti, gli arcobaleno a centinaia sul pelo del corso coi sassi bianchi affioranti... E' possibile sminuzzarsi le esperienze a mano a mano che l'acqua scorre, qui, a voler stare in silenzio a guardare. Cosa credete? Si vive bene, si vive forte, si vive e basta. Ecco, piuttosto si vive e basta. Cincitrullina vive e basta, e anche Lucio, anche se Lucio gia' e' uno che ti rompe il cazzo per gli short troppo corti e posizione occupata sul marciapiede.
Cincitrullina di colpo sembra perplessa. Si chiede infatti come abbia io potuto sentire e cosi' bene il suo pensiero. Ha assistito alla scena da immobile. Le sono apparso tra i flutti del fiume, uno spettro con due pupille e dalle sue pupille mi e' scivolato il pensiero dentro. E' stato lo stesso movimento che ha portato Cincitrullina a vedermi e riconoscermi. Tuttavia resta piu' destabilizzata dal fatto che io abbia sentito, piuttosto che dal fatto che io abbia qualsiasi cosa ancora, essendo indiscutibilmente io morto.

Pensa anche
-non ci dovevo venire qui-. Poi chiude la porta. Archivia come
-suggestione-
Sigilla.
E torna a contare le sue cose. A ripensare a quando al mare ci inseguivamo giocando a nascondino. E all'improvviso e' strano. Strano che rimanere nascosti per ore ed ore al sole non abbia prodotto almeno una volta, una esperienza rilevante per cio' che fummo in seguito. Pare improbabile che in tanta memoria di serenita' non viva immersa nessuna piovra, nessun tesoro vi sia sepolto, nessun ricordo vi si celi rimosso, ammutolito, sciolto. Come e' mai possibile che di tutto il condiviso non ci sia un fatto a naso rilevante per le nostre comuni successive disgrazie? Come mai non c'e' polvere in nessun angolo dei nostri ricordi?
Sembra un pensiero facile da produrre. Da cui farsi raggiungere. Eppure eccola Cinci, per la prima volta alle prese con questa scialba considerazione. Che conta le sue cose, ignora il morto, e si gira a valutare i possibili alleati. Due cugini in carne e ossa a cui rivolgere il quesito. Davanti al fuoco, piu' tardi. Come raccontando una storia di fantasmi. Come andando a caccia di fantasmi. Come ballando con gli spettri. Si balla intorno al fuoco, dalla notte dei tempi e nelle notti di tutte le tribu'.

***

Il calore che scappa lungo i tronchi fischia e si arrotola rosseggiando. Qualche volta sembra una tana di topi, tra tegole e solaio, coi roditori che corrono rumorosamente sulla testa e un po' ovunque. Chiudiamo bene le mani dentro al sacco a pelo, affinche' le zanzare si tengano distanti dalla pelle sottile sulle nocchie. Il sacco a pelo e' gia' umido perche' qui persino l'aria e' bagnata. Ci avviciniamo al fuoco”.
Cosi' era 30 anni fa. Coi nostri padri gia' tutti morti, e noi affidati al nonno che ci portava al fiume per l'avventura del fine settimana. D'estate, anche due volte al mese.
Salvo in agosto, che quello lo si passava al mare dagli zii di Pescara. Sempre col nonno a seguito.
Il fuoco almeno e' ancora lo stesso. Il mondo no, ma forse il fuoco e' anche un pezzo di mondo. E allora non tutto e' perduto, oppure questa e' la radice del male.
Cincitrullina continua a guardare. Un po' ride anche. Non c'e' la confidenza di rilassarsi, magari pero' c'e' la possibilita' di giocare. E' sicura, nessuno si fara' la canna, ma lei ci prova, e propone un po' d'erba.

Lucio tace.
Osvaldo e' scandalizzato.

Ci sono persone che crollano al primo tiro di marijuana. No, non si fanno bonzi, non perdono i sensi. Solo, si afflosciano insieme alla struttura che li regge. Un cartellone e frontespizio ampio. Uno slogan. Tutto cartone e colla. Raffica di vento ben assestata, crolla il sostegno. Ecco, ma un tiro d'erba al limite e' paragonabile a un venticello. Fuscelli, altro che vasi di ferro e vasi di coccio. Vasellame e vasellina.
Aiutatemi a credere ancora nelle vostre parole, spettri.
Insomma, piu' tardi magari fumeranno tutti, intanto Cincitrullina si porta avanti. Perche' stasera raggiunge anche un secondo traguardo di crescita, matura persino un secondo pensiero fondamentale. E cioe' si accorge di quello che le piace fare, di cio' che le interessa e del modo che le somiglia, e beh... per come la vedo io, si puo' fumare. E quindi, dato che ha capito che al mondo ci sta perche' ci vuole stare, ci vuole stare come dice lei, e ci fuma sopra. Ecco adesso ci fuma sopra, come potrebbe cacarci domani. O piantarci un fiore. Del resto e' proprio il fiore che fuma adesso Cincitrullina. E le guance le si colorano, e gli occhi arrossiscono, e si sdraia orizzontale, si solleva su un fianco, appoggia il viso sulla mano, gomito a terra, sorride lessa, e poi si rilassa.
Lucio non fa tanto il difficile. Continua a non parlare ma fuma. Osvaldo rimane in minoranza, e cede a ruota, lui, devoto a Infranta Astinenza durata dal terzo anno di universita', ma questa e' l'occasione che fa l'uomo uomo. Perche' un sano equilibrio prevede lo sfogo e blablablablabla e chissa' quanti altri libri e quanta carta straccia riciclata e sparpagliata intorno ai muri come fosse cervello, spacciata per chissa' quale conquista. Ma figuriamoci. Se si sono tenuti tecnologia e moneta, perche' avrebbero dovuto distribuire conoscenza? Sai quello che devi fare, fallo e taci. La gerarchia assume i connotati del tutto pieno nell'infinito meccanico vuoto. Questa e' l'accademia, questo e' lo scibile umano. Ogni buon comandante ha letto “l'arte della guerra”. Ogni comandante sopravvissuto, insomma...
Quindi a mezzanotte Osvaldo e' uno scalmanato che ride forte, e secondo me va anche verso la vomitata. E Cincitrullina comincia a fiammeggiare, perche' alla fine con gli occhi e' tornata a fissare cristalli e arcobaleni, prismi che rifrangono e riflettono luci bianche e calce viva, e li' in mezzo ci ha ritrovato il pensiero per il quale, questa serata, cosi' le serviva. E butta un ciocco di legno sul fuoco, e ancora uno, e uno ancora, e la fiamma si alza si fa calda investe il corpo dei cugini e Lucio si lamenta anche, ridendo, e Osvaldo gli fa l'eco ma e' gaio, brucerebbe tranquillamente stanotte. Qui, nascosto, non visto, dove ogni delitto gli sembra di poter commettere contro la propria persona e contro l'intero creato, perche' fino a tanto si sente crocifisso quello, e non sa che conta come un due di picche. Certa gente si riempirebbe il culo di senso di colpa, pur di non fare i conti coi tempi morti nel copione. Per questo Pupi Avati continua a girare film ed io sono morto, ma ancora continuo ad addormentarmici davanti.

***

Cincitrullina guarda Osvaldo freddato dal colpo. Vitreo nello sguardo. Dietro emerge, dopo lungo silenzio e buio della ragione con innumerevoli mostri in fermentazione ma nessuno ancora ben formato, il primo pensiero sconcertante. Sale appeso ai palloncini e si affaccia oltre il cristallo della pupilla Dice, lo sapevo che non ci dovevo venire qui.
Sta ritto sul traliccio. Nel momento in cui interminabilmente si erge issato corso e cotto arrostito da voltaggi definitivi. Assunto al cielo, come si sarebbe augurato. Ecco, di stare persino al posto mio, si augurava. Mi invidiava. Ed era al mio funerale. Gia' da un po' che era cosi', anche se tutti fanno finta di niente. Quindi eccoci, Cincitrullina tace e guarda Osvaldo. Adesso non le sembra piu' il pennacchio del traliccio, ma piuttosto quello della torretta di guardia. Fortino Apache, parco D'Avalos, Pescara, inizio anni ottanta. E' comunque vitreo, issato dal proiettile in centro fronte. Manco fosse l'unicorno col suo palmo di naso, che ha perso l'arca e guarda Noe' salpare verso un nuovo mondo quando quello vecchio non sta piu' nemmeno tra le opzioni di scelta. Ecco da chi imparano i capitalisti. Da Dio. Ma queste sono altre considerazioni. Altri viaggi astrali. Osvaldo intanto e' ridiventato bambino e sta in ginocchio, nell'angolo buio del casotto al mare, ai margini di campi infiniti, coi suoi cugini e il nonno. E poi di nuovo al casotto, e sempre lui in ginocchio per primo, senza nemmeno la conta. Ecco la conta si faceva ai primi tempi, e invece adesso e' sempre il primo.
Adesso decide il nonno, dice Lucio. Perche' certi pensieri scivolano ingoiati dalle pupille quando altre pupille li vomitano.
Ce la fai anche da sola, aggiunge rivolgendosi a Cincitrullina.
Ci guardiamo tutti. Taciamo. Io emetto un ultimo fischio come fossi Pierino, e mi estinguo, arrampicandomi tra la nebbia umida insieme all'odore del fumo. Loro tre cadono addormentati.
Nel nostro mondo adesso davvero non c'e' piu' nessuno.

mercoledì 26 settembre 2012

ESPERITA - ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA (10)


[ho deciso di chiudere la prima parte del racconto (comprensiva dei primi 9 paragrafi divisi in tre capitoli) con una APPENDICE
che poi sarebbe questo pezzo... 
nda]


15 ottobre 2012, Roma
Simona o Dire Fare Baciare Lettera Testamento


“Annego nell'odore che non sopporto e cola lungo le gambe quando, vacca al pascolo, rumino appresso a te in improbabili anfratti metropolitani, insperati e incredibili orti coltivati a vite, a patate, a cavoli e piante di zucca dai colori monotoni.
E' l''urgenza, ruvida, a farmi desiderare d'essere una puttana siriana al tempo in cui tu fosti un soldato della centuria in occupazione, nella scena in cui entri e mi devasti il corpo con le tue ossessioni. E' strano? Dovendo scegliere scelgo la scena in cui mi esplodi nelle viscere e nell'ano, quella in cui mi mangi, coperta di grasso che fregola appena uscito dal forno, o quella in cui mi rapini, mi tiri dai capelli di notte per strada, all'angolo buio del mercato o dietro il portone di casa.
La mia fantasia e' un film Hard Core, ti ho detto una volta.
Saresti stato il primo nella vita, a prendermi sul serio.
E' solo questione di tempo.
Il tempo lo batte la pioggia sulle tegole mal messe dove i gatti d'estate fanno l'amore, se si puo' usare un eufemismo, avendo visto gatte stuprate da nugoli di maschi arrapati, e avendo considerato realisticamente che forse e' proprio quella “la natura”.
Cosi' come “e' solo questione di tempo” e “le stagioni scorrono”.
Ti fai pioggia e insemini il mondo. Permei la terra.
Ed io desidero essere terra, in autunno. Desidero essere polvere e fronde, e carne offerta in sacrificio sull'altare, nel bosco, in matrimonio col sangue e con la lama, con il lupo, io in una sottana, livida agli occhi, la sposa, una morta, nel giorno in cui indosso solo trame di radi e bianchi fili sottili, per piacere a te, dio dei necrofili.
Pero' adesso stringimi la mano e portami lungo la sponda del fiume, danzando. Ottobre miagola uniforme sul piatto.
Mi chiami. Con due nomi che non mi appartengono piu' un terzo che e' il mio. Il mio e di tutte quelle che sfiori durante l'orgia e intanto parli parli parli e non smetti mai di parlare, di predicare.
Predicami come fossi carne in transustanziazione. Vomita un mare buio alle nostre spalle come se fossimo in un quadro, e quello fosse lo sfondo. Ad atti di libidine violenta incomprensibili perpetrati nei confronti della propria vita, a sospetti di autolesionismo, all'ipnotismo, al mesmerismo, ad un naufrago che sospira e s'inebria e si lascia rapire, sadico conduce, e tortura e unge giustificato da arbitrari verdetti. Dalle nostre mani gialle, tra le onde nere, aggrappate a pochi galleggianti legni."

(continua...)

martedì 4 settembre 2012

ESPERITA - ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA (9)


Solamente al cinema, “qualcuno”, riesce nell'intento di compiere devastazione da solo e contando unicamente sulle sue forze.
Lo so, a voi il termine Devastazione, letto cosi' su di un foglio, dice poco. Magari lo avete anche usato, distrattamente o in senso figurato, quando una fidanzata (o un fidanzato) vi ha lasciato devastandovi dentro. Ma per definirsi pienamente e nel modo che mi occorre, la devastazione, ha bisogno dell'intenzione del soggetto che la compie. Aveva quella fidanzata (o quel fidanzato) intenzione di devastarvi?
E poi non e' nel senso figurato che si estingue il significato di un termine.
Venendo quindi a significati meno metaforici, direte voi... e la natura? Ha intenzione quando con un'onda anomala devasta una nazione?
Non lo so. Io sono, al limite, un misero elemento, della natura. Come posso coglierne le intenzioni? Ma noterete che, per parlare di devastazione nel caso proposto, occorre si verifichi un maremoto, o un terremoto, o una catastrofe portata da una sinergia di forze naturali. Non basta un singolo individuo umano. A meno che, appunto come dicevo in apertura, non sia un cazzo di Rambo.
Quando infatti ragionavo, due anni or sono, di devastazioni, quando mi informavo sulle varie ipotesi a metro disponibili nelle piu' disparate salse a consumo, mi e' venuto in mente proprio il film di Stallone. Il primo della saga. Precisamente la scena in cui lui torna alla cittadina di provincia per metterla a ferro e fuoco. Nel mio ricordo c'e' il palestrato eroe che cammina verso la camera, mentre dietro gli scoppia il mondo in un rombo di fuoco.
Bene. La vita non e' un film, io non sono Rambo e tanto meno uno tsunami.
Del resto la definizione del termine “Devastazione” non e' un problema riguardante solo me, ma anche e soprattutto la giurisprudenza. Quella, notoriamente, si trova spesso a fare i conti con qualche arcaico legislatore, e incredibilmente, cercando di dare un senso a cio' che Esso ha scritto, si barcamena nelle piu' strambe difficolta'.
Il reato di Devastazione fu per la prima volta introdotto, in Italia, nel 1930 dall'allora ministro della giustizia Rocco. Ancora in vigore nel moderno codice penale Italiano, l'articolo 285 recita “Chiunque, allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato, commette un fatto diretto a portare la devastazione, il saccheggio o la strage nel territorio dello Stato o in una parte di esso è punito con l’ergastolo”.
In origine la pena era di morte. Ma questo non e' rilevante.
L'articolo in se' non aiuta a definire la “Devastazione”, e meno che meno aiuta a capire come un “chiunque” possa riuscire a realizzarla. Tra l'altro l'intenzione di attentare alla sicurezza dello Stato rende ancora piu' complicato il genere di devastazione alla quale si fa riferimento. Io non saprei da dove cominciare, ad esempio, per attentare alla sicurezza dello Stato.
Fortunatamente ci viene in aiuto l'articolo 419 del codice penale, dove e' definito il reato di “Devastazione” non mirato a colpire lo Stato, ma piu' semplicemente l'ordine pubblico.
L'articolo 419 recita infatti “Chiunque fuori dei casi preveduti dall’art. 285, commette fatti di devastazione o saccheggio è punito con la reclusione da otto a quindici anni. La pena è aumentata se il fatto è commesso su armi, munizioni o viveri esistenti in luogo di vendita o di deposito”.
Il che ci solleva dal gravoso compito di dover attentare alla sicurezza dello Stato, per poterci dire autori di devastazione.
Continuando a scavare ho scoperto che la giurisprudenza ha interpretato la parola “fatti” come un elenco di atti che sommati portano a devastazione (danneggiamento, incendio, esplosione etc...), e che “devastazione” e' stata interpretata come “il danneggiamento complessivo vasto e profondo di una notevole quantità di cose mobili o immobili, che costituisce il risultato dell’azione”.
Adesso, quindi, se uno volesse devastare, dovrebbe aggredire una vasta area di interesse pubblico, con pluralita' di metodo, e contemporaneita' degli atti (risolti in unica “azione”, appunto). Oppure si dovrebbe rassegnare a non operare devastazione. Ma ad esserne al limite partecipe.
Insomma, per gli umani, la devastazione (come anche il saccheggio) e' un po' come l'insurrezione. Non la fai da solo, ma e' frutto di una sinergia naturale di numerosissimi elementi chiamati individui, provocati nell'agire, in qualche modo, da fattori esterni che li conducono all'esasperazione tanto da sollevarli e trasformarli in forza devastante.
Occorre dunque che l'agire di molti si definisca in unico movimento, perseguente uno scopo e rilevante al fine che si prefigge.
Non per niente, devastazione e saccheggio, sono reati politici, introdotti dal codice del ministro Rocco (fascista) mirati a colpire sollevazioni popolari.
Per compiere devastazione, allora, e' necessario intuire l'onda, montarci sopra e partecipare della sua cresta. Perche' da solo sei una misera goccia di pioggia che si asciuga un attimo dopo aver toccato il suolo, e solo nella comunione di infiniti istinti, si puo' arrivare a travolgere lo stato di fatto che ordina il mondo e opprime.
Venite con me, adesso.
Vi faccio vedere il percorso dell'ultima onda abbattutasi su Roma, il 15 ottobre del 2011...

Un fiume di teste, giusto un anno fa, si muoveva a serpentone tra gli argini dei palazzi e dei blindati. Partiva da piazza della Repubblica, quel fiume, sotto un cielo impietoso dominato dal sole bollente. A due passi dalla stazione Termini, svoltava incanalandosi per via Cavour. Declinava morbido fino ai fori imperiali e li', sbarrato a destra da decine di cellulari e da soldati col culto del branco confuso a quello dell'eroe, risaliva a sinistra verso il Colosseo. Superatolo, infine, il fiume di teste non pensanti s'arrampicava stentato verso piazza San Giovanni, discutendo a cottimo sui metri da accumulare e del metro e del fine con cui e per il quale raggiungere i prati sotto la basilica del Laterano. Immagino che molti stessero facendo la solita passeggiata, che altri stessero li' per monetizzare, che in numerosi si chiamassero pacifici e intendessero inscenare il fantoccio politico utile a scongiurare altri fantasmi e ad appagare quel senso di appartenenza spoglia, che dentro non ha nulla e che si muove semplicemente dietro a un non-bisogno materiale, o meglio, a un bisogno materiale intuito, ma non digerito, non metabolizzato, imminente ma non attuale, esorcizzabile quindi con una semplice pantomima.
Lungo il corso del fiume, ad un certo punto, una bolla intemperante s'e' alzata. Ecco, in realta' diverse bolle, ma dall'interno poco poteva dirsene del numero.
La bolla s'e' gonfiata all'improvviso mescolata ai caschi di quelli che non volevano prenderci manganellate, e s'e' diretta lungo il letto sbattendo sugli argini e coinvolgendo altre gocce d'acqua, spaventate piu' del potersi asciugare che dell'infrangersi. Innumerevoli muti, invece, non hanno trasformato il corso d'acqua in esondazione. Tuttavia l'onda anomala che ha risalito il fiume e' stata sufficiente a produrre un danno sensibile. In primis a coloro i quali intendevano recitare la parte dei burattini all'opposizione nell'infinito dualismo di destra e sinistra, nella gabbia dicotomica che induce a non fare e seguire. E poi anche ad altri, convinti che il controllo di una esplosione sia controllo reale, percepibile e sicuro, e non piuttosto solo una illusione proiettabile, finalizzata alla castrazione. Insomma, eccoci, questa e' via Cavour. Qui l'onda s'e' infranta su una serie di vetrine e sulle automobili. Su qualche sportello bancario. I botti hanno rimbalzato sopra i muri dei palazzi che infinite volte avevano guardato il fiume amorfo, limaccioso, andare e venire in inutili domeniche di boccheggio durante gli ultimi inerti anni ... E piagnoni lavoratori senza piu' lavoro, senza piu' diritti, ancora convinti che a garantirli fosse non la sottomissione ma il bluff portato nella gita domenicale per le vie della Capitale ... E poveri stolti prestati a firmare l'”alternativa” di un fasullo scudo sindacale, interfaccia e braccio dello sfruttamento ... E pusillanimi confusi tra la potenza e il voto, convinti, dal terrore, che mettere una crocetta sopra un simbolo nel segreto di un'urna potesse deviare il corso della loro storia, o che la loro storia mai piu' avrebbe potuto portarli a qualcosa di male, anche senza nulla fare, anche senza nulla pensare, anche senza nulla rischiare.
Testa sotto le coperte e preghiere. Testa sotto la sabbia e scongiuri. Questa e' stata la strategia del movimento, fino ad oggi.
I piagnoni, passando accanto ai cassonetti incendiati e fatti esplodere, ai vetri infranti, agli interni dei locali e degli alberghi incendiati e danneggiati, alle automobili date alle fiamme e prossime all'esplosione, si riducevano, un anno fa, a rivolo d'acqua e proseguivano dopo piccola strettoia. Poco convinti e magari maledicendo chi gli aveva rovinato la fiera dell'imbecille a cui stavano andando a partecipare.
Un po' tristi, certo, perche' il sole splendeva, i canti partigiani confusi con le bandiere della pace si muovevano all'aria e il panino con la porchetta, o la canna promessa li' sui prati del Laterano, rischiavano di mancare all'appuntamento.
Insomma l'onda non s'e' gonfiata abbastanza. Ha devastato ma non esondato, li' dove per la Labicana, se solo a sufficienza fosse cresciuta, avrebbe potuto prendere la via del Parlamento e trasformarlo in assemblea permanente.
Ma continuiamo.
Qui, superati i fori imperiali, la strada che adesso vedete linda e pinta era, a ottobre scorso, infestata da bisogni bruciati posti a barricata. Opposti ai cordoni di antisommossa che filmavano e si preparavano a caricare. E quello, quello sulla destra, e' l'edificio ministeriale a cui l'onda anomala ha appiccato il fuoco. Le fiamme uscivano dal tetto. Dando quasi l'idea che Nerone fosse tornato in citta' a far visita ai ministri. O che gli scagnozzi di Nerone non fossero mai usciti dal libro paga dello Stato.
Piu' su, a destra, la scena del delirio. Piazza San Giovanni. Dove un veicolo blindato e' stato dato alle fiamme. Il giorno dopo il Manifesto avrebbe titolato a piena pagina “lettera alla bce” sopra alla fotografia di quel blindato bruciato. In realta' non c'e' stata nessuna lettera a nessuno. Semplicemente l'onda s'e' assorbita prima di piazza San Giovanni, dopo aver si devastato, ma non coinvolto a sufficienza, e tutto ormai era calmo quando il fiume intero ha rinculato contro cariche, a quel punto immotivate, dell'argine sbirresco, ed e' risalito indietro, cercando e riuscendo a tenere le strade fino a dopo il tramonto. Via per via, barricata per barricata, incendio per incendio. Lasciando impallidire gli atti miseri avvenuti durante il percorso, producendosi in ,moltiplicazione di gocce intervenute al patto di belligeranza e resistenza e realizzando la vera battaglia. La vera glorificazione di una giornata di sole. Perche' alla fine nessuno puo' agitarsi lungo un corso d'acqua e coinvolgere alla battaglia i piu'. Ma se aggrediti, gli individui, fanno presto ad accorgersi che riprendersi le strade ha un senso al di la' delle loro sparute vite.
Insomma... dove non e' riuscita l'onda anomala, e' riuscito l'argine sbirresco.
Anche se forse sarebbe stato meglio non attendere il colpo e dilagare gia' al pomeriggio verso Montecitorio.
Ma vaglielo a spiegare alla gente.

In ogni caso, alla fine, qui dove adesso vedete i turisti giapponesi fotografare i piccioni e le loro merde, la notte tra il 15 e il 16 ottobre c'era solo Devastazione.
La mia lettera D.
E adesso scusate, vi lascio alle vostre riflessioni. Perche' un anno e' passato ed io, oggi, ho parecchio da fare, dato che mi devo sposare.


(continua...)